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UN AMERICANO A GENOVA
Corpi spezzati. Vite spezzate. E’ difficile immaginare come ci si possa sentire a metà. Una persona può anche sforzarsi, ma non giunge mai ad immedesimarsi fino in fondo perché si ferma prima, per proteggersi. Rievoco l’immagine di alcuni mesi fa di Alex Subrizi che racconta il suo progetto, per ripeterselo, ridefinirlo, comprenderlo meglio. Parla con parole calibrate, con gesti delle mani precisi, con le espressioni del viso vivaci, in modo naturale ed armonico, concentrato. Cerca di porsi delle domande e di rispondersi ad alta voce.
Perché è interessato a questi volti, a queste persone? Per dare voce a chi non ce l’ha? Far muovere chi non ci riesce? Con uno stimolo paradossale: fissare sulla carta la fissità di un volto per mettere in moto l’inconscio.
Già qui mi sento inadeguato, ho paura di essere superficiale, dei miei pregiudizi, delle critiche degli altri, di non comprendere; anzi non capisco. Ho la tentazione di fermarmi qui; non so se andare avanti. E’ possibile per me continuare solo a patto di sottolineare che ciò che scrivo è il frutto della mia immaginazione e che non ho nessuna pretesa di interpretare le motivazioni di queste persone a farsi fotografare.
E’ bastata una fotografia allegata ad una e-mail per innescare una concatenazione di pensieri, ancor prima quindi di vedere la mostra, di avere una visione d’insieme; è bastato un viso. Poi le altre immagini. Una provocazione tanto garbata da non sembrare neanche una provocazione, colori, sguardi, luci morbide, sfumature, carnagioni, si trasformano lentamente, ma inesorabilmente, verso un tumulto di immagini sempre più angoscianti. Osservo questi visi: ho la sensazione che lo sguardo sia sempre lo stesso, fisso: due pupille nere che ti guardano mentre intorno, scorrendo una foto dopo l’altra, la fisionomia dei lineamenti cambia come cambia il colore della pelle; i capelli si fanno più radi o più folti, più chiari o più scuri, il viso si allunga, poi si allarga in una sorta di animazione. Lo sfondo è neutro a differenza di altri lavori di Subrizi in cui anche l’ambiente partecipa a caratterizzare il ritratto, a darvi senso. Uno sfondo bianco come elemento comune tra i ritratti; è come se lo sfondo, ciò che sta dietro (e che ci portiamo dietro) sia stato in qualche modo cancellato divenendo appositamente impersonale.
Sono figure comuni, di giovani: li potresti scorgere alla fermata dell’autobus, incontrare al bar o all’università. Qualche ipotesi bisogna pur farla, esporsi. Questa di Subrizi può essere una mostra oppure una non-mostra. Se non ci si chiede il perché di questi ritratti, un’esposizione forse non avrebbe senso. Se ci si pone delle domande in merito si rischia di cadere nella retorica. Farsi fotografare accomunati da uno stesso filo non può non riportare a quello stesso destino infausto che li ha fatti incontrare con il fotografo Subrizi e aderire al suo progetto. Questi visi ti guardano e basta. Cosa vogliano dire non ci è dato sapere. Sono sguardi spalancati. Come se si fossero fatti fotografare per potersi vedere, già stupendosi prima ancora di guardarsi. Non ridono, non piangono. Le bocche sono strette: dicono quello che gli occhi mentono. Se lo sguardo, sostenuto dal patto con il fotografo, rivela l’emozione della sfida verso chi guarda, le labbra tradiscono la tensione, lo scarto, tra il gioco loro proposto e la realtà di tutti i giorni. Farsi fotografare significa esporsi all’obiettivo ma anche, e soprattutto, incontrare il fotografo, trovare un’intesa emotiva e istaurare una relazione. La posa e lo scatto diventano un momento di dialogo e di confronto.
La fotografia è anche il tentativo di prendere le distanze da quello che si è e da quello che si era per restare sospesi rispetto a quello che si sarà. La fotografia diventa l’oggetto concreto su cui proiettare simbolicamente parte di sé e attraverso cui mutare. Penso che ciò valga sia per chi si fa ritrarre sia per chi fa lo scatto. Per quest’ultimo, quando fa scelte di campo precise come questa, entra nel novero di certe professioni, come quella del medico o dello psicologo, nelle quali è inevitabile trovarsi in contatto con la sofferenza: se da un lato questo continuo confronto con il dolore pesa, dall’altro diventa anche il modo per prendersi cura di sé stessi (con la proiezione) e, nel contempo, per differenziarsi dall’altro (attraverso il ruolo). E’ inoltre un’occasione per vivere nell’illusione di trasformare, in modo catartico e non senza rischi, la propria sofferenza, in una sorta oggetto professionale privo di un significato esistenziale personale. L’effetto domino delle libere associazioni di pensieri apre squarci nelle difese personali.
Mi fanno venire in mente le foto segnaletiche della polizia: le guardi e ti chiedi se davvero dietro quel viso ci sia quello di un assassino, uno così uguale a te che ha una storia così lontana da te. Allora cerchi di ricostruire una vita partendo da pochi indizi, almeno fino al momento dello scatto: prima di allora una storia personale, privata. Poi pubblica. Allo stesso modo diventano improvvisamente pubbliche certe vite che si troncano: stanze d’ospedale, corridoi, soffitti, neon accesi, gente che ti passa accanto, barelle sospinte, sedie vuote, alte finestre, attese, infermieri che ti lavano, che ti spostano; silenzi; medici che ti visitano, ti guardano, parlano tra loro; parenti che non riesci a guardare, amici che non puoi rifiutare. Continuano ad evocarmi sofferenza queste immagini: mi rimandano ad un tavolo operatorio, lo sguardo di chi non può non lasciarsi andare, non lasciarsi fare, di chi si affida ad un chirurgo, il corpo immobile, gli occhi chiusi, lo sguardo fisso dietro le palpebre, nell’infinito, sospeso. Hai chiuso gli occhi e ti sei affidato, apri gli occhi e non puoi che continuare a fidarti.
Federico Bruno |
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U. S. C A R E G G I |
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24.05 - 1.07.2007 Ritratti di Alex Subrizi |
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nello Studio44 |